La Porsche Carrera nuova fiammante da 106 mila euro è parcheggiata davanti al capannone. Intorno a quel mostro nero da 400 cavalli, addormentato, le galline razzolano indifferenti mentre un cinese vestito di nero parla concitato al telefonino. Nero anch’esso.
Dalla porta di ferro, socchiusa, si intravedono altri cinesi, vestiti di nero, che compongono enormi montagne di pezze di stoffe colorate. Si muovono svelti e leggeri, come formiche operose. Sarebbe un capannone come milioni, in Italia, nelle periferie delle città.
Se non fosse per un lungo drappo rosso sull’inferriata. È il modo che qui hanno i cinesi per dire: una volta c’erano gli italiani, adesso ci siamo noi. Un altro capannone, un altro drappo rosso. Poi ancora un altro. Drappi rossi dappertutto: sui cancelli, nelle recinzioni, perfino su le piante. Alberi foderati di drappi rossi e parcheggiate davanti agli alberi, di fronte ai cancelli, dietro le inferriate, Mercedes serie S, suv Bmw, Audi Q8.
Tutte rigorosamente nere. Benvenuti a Prato, provincia di Wenzhou. E sabato. Come sempre i tir continuano a scaricare pezze di stoffa cinese, a migliaia. Come sempre, in quei capannoni c’è chi tira su i muri di cartongesso per nascondere i giacigli degli operai che arriveranno dalla Cina. Ma non è un sabato come gli altri. In città un serpente di tela tricolore lungo un chilometro con la scritta «Prato non deve chiudere» si snoda per le strade. Lo sorreggono in duemila.
Per una volta tanto, tutti insieme: politici, industriali, artigiani, sindacalisti.
Fra un vessillo della Cgil e una bandiera di Rifondazione si scorge addirittura il vescovo, monsignor Gastone Simoni. Un corteo muto e composto, dove qualcuno cerca di far decollare, per fortuna senza troppo successo, uno slogan infelice: «Chi non salta un cinese è…… Di cinesi, neanche l’ombra. Sono per la strada a guardare le vetrine, camminano indifferenti nelle vie intorno a piazza San Marco.
Nel corteo, nessuno. Anzi, uno c’è. Si chiama Xu Qm Lin, detto Giulini, titolare della Giupel, l’unica delle 3.500 imprese cinesi di qui che sia iscritta all’Unione industriale pratese. Un paio di settimane fa ha avuto una brutta avventura con alcuni connazionali che hanno tenuto sotto sequestro la sua famiglia per qualche ora. Quando è tornato a casa gli hanno chiesto i soldi e sono scappati. Prima però l’hanno pestato e lui è finito all’ospedale. Xu Qiu Lin si sente un imprenditore italiano. È stato uno dei pionieri cinesi a Prato e quando è entrato in Confindustria hanno sperato che fosse solo il primo.
Invece è rimasto l’unico delle 3500 imprese cinesi di qui che sia iscritto all’Unione industriale pratese con le fatture, le bolle di consegna, i contributi dell’Inps. Perché il problema, qui, dice il presidente dell’Unione industriale Riccardo Marini, «è l’illegalità». Su 7000 imprese tessili metà sono cinesi. Con un tasso di ricambio di iscrizioni alla Camera di commercio del 60%. Significa che ogni anno ne chiudono sei su dieci e ne riaprono altre sei. Sempre le stesse, con un nome diverso.
Ci sono capannoni che cambiano insegna anche tre volte l’anno. L’iva è un optional, le bolle di consegna pure, dei contributi previdenziali non ne parliamo. Lì si lavora anche quindici ore al giorno, gli stipendi sono da fame, l’alloggio peggio ancora. Dormono in fabbrica, stipati, sperando un giorno di avere pure loro la Bmw nel cortile. Quanti sono? Quelli legali, 18 mila. Quelli illegali, almeno 30 mila.
La più grande concentrazione di clandestini sotto le luce del sole. In uno dei posti più ricchi e più pieni di contraddizioni d’Italia. La città di Prato ha 185 mila abitanti. Dal 1992 è capoluogo di una omonima e inutile provincia incuneata fra Firenze e Pistoia: sette comuni e 245 mila abitanti in tutto, Prato compreso. Da lì viene il 27% di tutta la produzione tessile italiana, il giro d’affari? Quattro miliardi l’anno, come il prodotto interno lordo della Somalia. Più altri due miliardi, però, dei cinesi che hanno trasformato la Prato dei telai nel crocevia europeo del «pronto moda» low cost. Dei due miliardi, uno almeno in nero.
Nel libro «L’assedio cinese» pubblicato nel 2008 dal Sole 24ore Silvia Pieraccini ha raccontato che nella Chinatown pratese c’è un ufficio di money transfer «gestito da un immigrato cinese, che in 18 mesi di attività ha trasferito in madrepatria 550 milioni di euro attraverso 60.000 operazioni di importo inferiore a 12.500 euro». Tutto normale? Anche qui la crisi morde. E si chiedono aiuti al governo, per esempio la moratoria di un anno per Irap. Claudio Scajola ha fatto sapere che ci sta pensando.
Ma morderebbe di meno, sono convinti gli imprenditori, senza la concorrenza «sleale» del Dragone, che si espande senza freni a macchia d’olio. Che fare? Per Marini l’unica soluzione rimasta è il ricorso al metodo Giulini: «Legalizzare la seconda generazione, quella dei cinesi che parlano più pratese di me, farli entrare in Confindustria. E chi non vuole rispettare la legge, fuori».
Una bella grana anche per chi governa Prato da sessant’anni, cioè la sinistra. Che si vede presentare il conto nel momento meno opportuno. Tra pochi mesi si elegge il sindaco e il Partito democratico è tanto per cambiare nel marasma, il diessino Marco Romagnoli aspirava a ricandidarsi ma le voci su un sondaggio a lui negativo (mai reso noto) lo hanno «spinto» a desistere. Le primarie sono state vinte, com’è accaduto a Firenze, da un outsider margheritino: Massimo Carlesi. Ma per la prima volta, complice la crisi, la certezza matematica di una vittoria al primo turno non c’è. Non fa tanto paura la lista civica Giovani e Famiglia di Sandro Ciardi, quanto quella dell’ex assessore alla sicurezza Pd Aldo Milone, che si è dimesso dalla giunta quattro mesi fa.
Si chiama «Prato Libera e sicura», promette di combattere l’immigrazione clandestina ed è accreditata del 10%: voti che potrebbe pure perdere il centrosinistra, vittorioso cinque anni fa al primo turno con il 54%. Come candidato sindaco del centrodestra, Milone sarebbe stato una brutta bestia per il Pd, ma Lega e soprattutto An gli hanno sbattuto la porta in faccia.
Così ora il Pdl è ancora alla ricerca del candidato. Con un sospetto che frulla nella testa di molti. Che qui a Prato l’opposizione non voglia nemmeno provare a vincere, per lasciare il centrosinistra in preda alla sindrome cinese?
Sergio Rizzo